A FRANCO MAESTRIPIERI (IN MEMORIAM)
 
E' difficile trovare parole per ricordare qualcuno; se poi questo <<qualcuno> ha condiviso con noi un significativo tratto di vita, descriverne la personalità è quasi impossibile senza che si sia tirati da ancora vivi sentimenti, ricordi e passioni già comuni, mentre con lo scritto si pretende peraltro di generare quell'idea d' immortalità di un nome e in quel nome per dare un senso, in fondo, anche a un momento della nostra vita.
In questo caso poi, a frenare le parole è la profonda convinzione che l'amico si sarebbe infastidito non poco a vedere il suo nome in internet, mezzo che non amava particolarmente, fautore, com'era, delle idee espresse sulla carta attraverso la stilografica; e questo non già per rifiuto del nuovo: il suo detestare il web, derivava dalla funzione critica che aveva nei confronti del mezzo: la certezza, più che la paura, che si perdesse la buona scienza antica, il timore di essere controllati, come in effetti avviene con gli squallidi social network, di essere violati nella propria intimità, quell'intimità di cui era gelosissimo custode.
Per quanto non creda a definizioni del tipo <<l'ultimo degli umanisti>>, <<l'ultimo dei liberi pensatori>>, ecc. devo tuttavia ammettere che l'uomo che ho conosciuto è stato davvero uno degli ultimi umanisti e liberi e trasgressivi pensatori che abbia conosciuto, una persona dai molteplici interessi, in cui si mischiava positivamente tutto, dalla musica, alla letteratura, alla poesia, alla pittura, all'architettura, all'amore per i viaggi e non ultimo l'amore per i motori e le automobili d'epoca.
Il suo carattere spigoloso era solo apparentemente spigoloso, serviva a scremare immediatamente e provocatoriamente le conoscenze occasionali, a scrutare se esse fossero davvero degne della sua frequentazione o meno. Sempre pronto alla battuta di spirito ed all'umorismo comìè proprio d'ogni spirito autenticamente toscano, sapeva trovare in questo una delle chiavi di volta della vita, prendendola per quello che è, un gioco maleddatamente serio ma sempre un gioco, toccando così, nella capacità di saper giocare, le più alte realizzazioni dell'esistenza.
Non ha lasciato opere che lo ricordassero (quelle poche composte in gioventù sono andate smarrite), ma ha lasciato l'esempio, opera ben difficile da costruire e che richiede molta arte: ma neanche Socrate, non sia irriverente il paragone, dopo tutto ci ha lasciato scritti, o almeno non sono giunti. Più che la sua personalità, il suo modo di porsi dinanzi al mondo, potrebbe efficacemente essere descrittto con le parole che F. Busoni pone in fine d'opera sulla bocca del protagonista, il quale , in una sorta di finis vitae, trae così la morale della storia rappresentata:

Chi vince? Chi soccombe?
E chi fa valere la sua giusta causa alla fine?
Chi fidando solo su se stesso,
seguendo i suggerimenti del cuore e con attento discernimento sceglie la giusta via;
chi s'accontenta d'essere se stesso;
chi conserva sempre e comunque l'integrità
e non s'inchina a nessuno,
come io ho potuto dimostrare.
Miei signori, buona notte!


Così pensato in Todi, il 12 luglio 2004.
 
 
 
 
Un giorno di piogga
Uno squillo rompe il mattino cupo e grigio,
nel microfono il vuoto rotto dal pianto
un viaggio, nella memoria solo la strada,
un camminare silenzioso inspiegato nello scuro.

La luce, le persone, la disperazione
la morte, la morte di un uomo
di un padre, di un caro amico
in un giorno di pioggia.